Cos'è la
Pulizia dell'Aura
La fase operativa del metodo: sciogliere l’energia emotiva rimasta congelata nel campo, perché la vitalità intrappolata torni a fluire.
→ · Il campo
Di cosa siamo fatti
Siamo fatti di un corpo, su questo siamo tutti d’accordo. Ma come fai a sapere di essere fatto di un corpo? Lo sai perché c’è dell’attenzione che se ne accorge. Quindi, prima ancora di essere fatti di carne, siamo fatti di attenzione: la nostra sostanza di base è coscienza, la capacità di accorgersi di qualcosa.
In Radiestesia Evolutiva questa coscienza la chiamiamo aura. La descriviamo come un uovo di energia consapevole che circonda e attraversa il corpo fisico, composto da un numero sterminato di fibre luminose organizzate in fasci e in parti. Non è un’emanazione inanimata: è una comunità di filamenti, ognuno dei quali è un pezzo della nostra sensibilità. Quando guardiamo qualcosa con interesse, quelle fibre si allungano e toccano davvero l’oggetto che stiamo guardando. È il motivo per cui, in fila al supermercato, ci accorgiamo che qualcuno alle nostre spalle ci sta osservando: una parte di noi ha registrato il contatto.
L’aura è la sede della mente inconscia. È la dimensione in cui vive tutta la nostra vita psichica, conscia e inconscia: le memorie, le emozioni, le convinzioni, i desideri, i meccanismi di difesa. Tutto ciò di cui in un dato momento non siamo coscienti, ma che potenzialmente potremmo portare a coscienza, sta lì.
→ · La struttura
Gli anelli e le istanze
Un’immagine che uso spesso è quella del tronco segato a metà. Negli alberi la parte viva sta all’esterno, sotto la corteccia, e il centro è legno morto. Nell’essere umano accade il contrario: la coscienza viva sta nel canale centrale, quello che attraversa la testa e scende verso terra, e ogni giorno vissuto deposita un anello verso l’esterno. La zona più esterna dell’aura contiene le informazioni della nostra infanzia; più ci si avvicina al centro, più si incontra quello che stiamo elaborando adesso. Nulla di ciò che abbiamo vissuto è andato perduto: è tutto lì, anello dopo anello, con le sue frequenze.

Dentro questo campo galleggia una miriade di istanze, di parti interiori. Ognuna ha emozioni proprie, desideri propri, opinioni proprie, ricordi propri, e ognuna influenza con la sua presenza le nostre reazioni, i pensieri, i comportamenti, le decisioni. Quando due di queste parti vogliono cose diverse, noi lo sentiamo come dubbio, come incapacità di decidere. È una comunità, e come ogni comunità ha i suoi conflitti.
Ora, nella vita accade una cosa precisa. Alcune di queste energie imparano una certa vibrazione e non riescono più a smettere di vibrare in quel modo. Un’emozione ha un suo andamento naturale: sale, arriva a un picco, trova uno sfogo e si esaurisce. Se però arriva al picco e lì viene interrotta, perché era troppo o perché non c’erano le condizioni per viverla, resta ferma a quell’altezza. Diventa quella che in fisica si chiamerebbe un’onda stazionaria: una frequenza chiusa in uno spazio che non si disperde. La rabbia rimasta in sospeso diventa risentimento, la tristezza rimasta in sospeso diventa depressione. È così che nasce una caratteristica costante, una fissazione, una cronicità.
→ · Le parti
Le parti esiliate e i protettori
Come ci siamo arrivati? Da bambini, davanti a un’esperienza dolorosa, il desiderio che nasce non è “voglio diventare più forte”. È “non voglio provarla mai più”. E l’unico interlocutore che un bambino ha per questa richiesta è la mente razionale, che la prende molto sul serio: organizza una squadra di protettori, meccanismi di difesa il cui compito è pattugliare il futuro per impedire che quell’esperienza si ripeta.
C’è un dettaglio che spiega quasi tutto il resto. Per riconoscere le situazioni da evitare, l’inconscio ha bisogno di conservare il campione originale. Quindi prende l’energia di quella sofferenza, la cristallizza, la incapsula e la mette fuori dallo scorrere del tempo. La parte di noi che stava vivendo quell’esperienza resta lì dentro. La chiamiamo parte esiliata, perché è stata allontanata dal centro della coscienza. Pensiamo a un bambino che piange tutto il giorno: se lo sentiamo piangere non viviamo, allora lo mettiamo in una stanza insonorizzata. Lui continua a piangere, ma noi non lo sentiamo più, e con il tempo ce ne dimentichiamo. Quella parte non vive nel tempo: è ancora lì, nella stanza, con la stessa età e la stessa richiesta di allora.

Da qui si comprende una cosa. Nella maggior parte dei casi, a farci male non è l’evento ma la resistenza che gli abbiamo opposto. Un’emozione lasciata attraversare comincia e finisce. Un’emozione respinta diventa una presenza stabile, e viene custodita da protettori che eseguono ancora le istruzioni ricevute quando avevamo quattro anni.
→ · Il prezzo
Il prezzo: energia e corpo
Tutto questo ha un costo, e il costo si paga in due valute.
La prima è la vitalità. Immaginiamo un motore con i suoi cavalli. Ogni esperienza che allontaniamo perché dolorosa è un cavallo che prendiamo e mettiamo fuori dal motore. Dopo molti anni ci si chiede perché si abbia così poco slancio, e la risposta è che i cavalli ci sono tutti, ma stanno fuori. Quello che in psicologia si chiama ombra, per me è questo: l’insieme della vita che abbiamo messo da parte. E c’è un secondo aspetto: le parti che ci sabotano dispongono proprio di quell’energia. Sono forti perché sono alimentate da riserve emotive grandi, congelate nel passato. Per questo combatterle con la volontà funziona per un po’ e poi cede: la volontà del mattino ha meno energia di un trauma di trent’anni fa.
La seconda valuta è il corpo. Il corpo assorbe l’energia vitale attraverso una serie di valvole del campo eterico, i chakra, che funzionano come rubinetti e la distribuiscono agli organi. Un’emozione cronica non digerita produce una sostanza densa, opaca, che si deposita su queste valvole e le ostruisce. Se in una zona del corpo non arriva più energia, le cellule lanciano l’unico allarme che conoscono, e quell’allarme si chiama dolore. Il dolore, in questa visione, è il grido delle cellule che dicono “ci manca energia”. Se l’ostruzione dura a lungo, la distorsione del campo passa alla materia e diventa un disturbo cronico. È la componente psicosomatica di cui si parla tanto, vista dal lato del campo.

→ · Il lavoro
Che cos’è la pulizia dell’aura
A questo punto la definizione viene da sola. Fare la pulizia dell’aura significa mettere in moto un lavoro di bonifica delle energie congestionanti che sono state trattenute, per attaccamento eccessivo o per avversione, e che hanno dato vita a strutture di cui oggi siamo prigionieri:
- energie traumatiche rimaste fuori dal tempo;
- emozioni negative congelate, interrotte, rimosse o sospese;
- ferite profonde e fardelli di dolore che sembrano scomparsi ma sono ancora lì;
- meccanismi di difesa costruiti un tempo per proteggere, divenuti prigioni;
- giudizi ricevuti da genitori e figure di riferimento, interiorizzati come se dicessero qualcosa di vero su di noi, mentre esprimono soltanto i bisogni di chi li ha emessi;
- energie che non sono nostre, arrivate attraverso relazioni e legami, e a volte attraverso l’albero genealogico;
- i legami energetici che si creano fra persone e attraverso cui passano risentimento e dipendenza.
Pulire l’aura significa lavorare a un progetto di integrazione dell’ombra e del rimosso, con un duplice scopo: aiutare il corpo a ridurre le somatizzazioni, e aiutare la persona a realizzare ciò che le è interiormente impedito. La paragono a una norma di igiene, come la doccia per il corpo fisico. Con una differenza: la sporcizia del corpo si vede, quella dell’aura si accumula per decenni senza che nessuno se ne accorga.
→ · La pratica
Come si fa
I modi sono potenzialmente molti. Si possono usare il respiro, l’attenzione e la concentrazione, la percezione, l’uso dell’intenzione mediata da azioni fisiche. Nel metodo insegnato nella scuola ci si serve della radiestesia, e il lavoro ha due fasi.
La prima è un’indagine, un vero e proprio check-up. Con il pendolo su una mappa del corpo energetico si va a vedere lo stato delle valvole e dei fasci di fibre, e si individuano i blocchi specifici: le masse di emozione non digerita che hanno preso densità e volume, i legami con altre persone, i protettori in servizio, i giudizi ancorati. Si dà a ogni cosa il suo nome esatto, e già questo cambia molto, perché buona parte delle risoluzioni emotive avviene nel momento in cui una cosa viene chiamata con il nome giusto.
La seconda è il disassemblaggio, che si conduce in stretta alleanza con la mente inconscia. In fondo si tratta di smagnetizzare singoli fasci di impressioni da certe memorie. Qui bisogna capire bene un principio, perché è quello che distingue questo lavoro da qualsiasi idea di “cancellare” o “espellere”. L’energia non si distrugge e non si butta via: le fibre sono la sostanza stessa della nostra coscienza. Ciò che si scioglie è la forma, la frequenza, il programma. Immaginiamo un ballerino chiuso in una stanza per quarant’anni a ripetere lo stesso balletto: la sua energia è tutta impegnata in quel movimento compulsivo. Il lavoro consiste nel permettere a quella fibra di uscire dal balletto, cioè di completare quell’emozione o sentimento aiutandola a ripristinare l’equanimità perduta.
→ · I confini
Che cosa non è
Vale la pena essere chiari su alcuni punti, perché intorno a questo lavoro girano molte aspettative sbagliate.
Non è una bacchetta magica. La radiestesia non lavora al posto nostro: è un catalizzatore che rende il compito più veloce e più preciso. Uso spesso l’immagine di una gabbia con dentro due criceti, che sono le parti della nostra psiche. I criceti mangiano e producono scarti tutto il giorno. Pulire la gabbia serve, ed è urgente se non si è mai fatto per decenni. Ma se si pulisce la gabbia senza prendere coscienza di che cosa la sporca, senza modificare la condotta che produce quell’emozione, il criceto continuerà a sporcare nello stesso identico punto e il blocco si ricreerà. Nessuna parte va eliminata: i criceti restano, e vanno integrati.
Non cancella i ricordi. L’evento resta accessibile, ma viene archiviato come un dato neutro. La verifica più semplice, dopo un buon lavoro, è ripensare a una persona con cui si aveva un risentimento di anni e accorgersi che non sale più niente: una serena indifferenza, dove prima c’era una miccia.
Non è un sostituto delle cure mediche. Nessun riscontro del pendolo autorizza a sospendere una terapia.
→ · L’obiettivo
L’obiettivo
L’obiettivo della pulizia dell’aura è liberare energia. Ogni cambiamento richiede una certa quota di energia libera; se l’energia è intrappolata in schemi che vibrano da soli, cambiare è difficile a prescindere da quanto lo si desideri. Quando invece una carica si scioglie, la sostanza di cui era fatta torna a essere una porzione di noi disponibile: si passa da una forza che remava contro a una forza che rema insieme. Ed è un lavoro misurabile, perché man mano che le energie vengono scaricate i sabotaggi verso un obiettivo diminuiscono in proporzione, i trigger esterni non fanno più prendere fuoco come una miccia, e tra lo stimolo e la reazione compare lo spazio per scegliere.
Da questo discendono gli obiettivi più ampi della pratica: promuovere l’autoguarigione psichica e fisica, ridimensionare l’eccessivo predominio dei processi razionali, estendere l’orizzonte di ciò che si percepisce, aumentare consapevolezza, attenzione e potere personale. E, più in là, arrivare all’ultimo giorno senza parti di noi in sofferenza e senza parti esiliate, che è il secondo obiettivo di tutta la disciplina e di cui parliamo nel corso completo.
Dove si impara
La pulizia dell’aura si apprende all’interno del videocorso di primo livello di Radiestesia Evolutiva, di cui costituisce la parte operativa; i percorsi serali su Zoom la approfondiscono con la pratica guidata. L’elenco aggiornato è nella pagina Corsi.
Vuoi impararla?
Iscriviti al corso di introduzione alla Radiestesia Evolutiva e Pulizia dell’Aura e inizia a guardare le lezioni, fai gli esercizi e segui il programma, nel giro di poco tempo ti accorgerai dei risultati.